Emilia Parabolica
di Mazzimo Zamboni
Blandamente isterica, un'Emilia al culmine della parabola vitale si deve arrendere all'unico nemico che per pura distrazione non ha saputo contrastare. Viene da destra, come sempre da noi: è il mare. Già. Crollano le dighe da Rimini al Po, sulle acque scivolano altre acque traslando piene, vanno sotto le case le discoteche al livello zero i campi le tangenziali le GygaCoop i Bar Decò, le cuspidi dei Duomi, tutte le Resistenze, e sommergono la grande cultura del porco e del formaggio. Non in una furia, no, così, dolce dolce, ed è pur sereno questo spegnersi di civiltà: quasi come d'anestetico. Finché si leva l'alba sul gran golfo nuovo, sul catino padano, in uno scenario di 3.000.000 di anni. Perché già una volta, qua, era stato tutto mare. Qualcuno lo presentiva. Alito, pessimo pensatore, lo sapeva da tempo, se solo non fosse morto divano, seduto composto con la testa reclina. E Muck, certo, lui queste onde le sa come cavalcare. E' solo una questione di marketing, no? E la gran folla delle comparse che reclamano le acque, Cinzia, Bracini geometra, Drogotenente, Pasquini l'assicuratore, don Iori Zelante, mille tipicità nuove dove ognuno è massa a sé, in un epica dalle distanze ravvicinate. Alla conquista del proprio spazio vitale travolti dalle eterne domande dell'uomo: "che cosa non sono io?" - "che cosa non faccio qui?" Divini d'accatto. Semidei malgrado. Comunisti, oltretutto.
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